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UN PITTORE CON LA POESIA DELL’ARCOBALENO: ALESSANDRO LUPO

«Mai dipingere solo per il piacere della pittura ma lavorare collo scopo di capire e interpretare il vero in modo da rendere bene il momento, l’ora e l’effetto. Cerca sempre in principio del tuo lavoro di essere sintetico e di mettere apposto le masse, ricordando che l’arte pittorica è il chiaroscuro».
Questi consigli, diretti ad un amico pittore dilettante, costituirono una sorta di manifesto poetico di Alessandro Lupo, pittore continuatore d’una corrente tradizionale della pittura piemontese, aderente al vero, che dalla scuola di Rivara sboccò nel Delleani.
Nato a Torino nel 1876, a Palazzo Chiablese, Alessandro Lupo frequentò sia la Facoltà di legge che i corsi all’Accademia Albertina. A fine ‘800 dominava la lezione di un ritrattista alla moda, Giacomo Grosso, ma era il tenace e silenzioso Vittorio Cavalleri, il più forte colorista piemontese operante lontano dal chiasso della città (a Nichelino), ad ispirare la commovente confessione d’intenti e di passione verso l’arte di Lupo.
Pittore gentiluomo, garbato e colto, Lupo dipinse in Piemonte, in Valle d’Aosta, Lombardia, a Venezia, a Capri, a Ponza e spesso in Liguria.
Artista versatile ed eclettico, Alessandro Lupo raggiunse la notorietà con le sue composizioni di mercati brulicanti di figure, masse colorate e piene di luce, di cavalli da tiro, porti e marine della riviera ligure dove risentì degli influssi della pittura di Ciardi, scorci di Venezia e della laguna, paesi e scene alpine della Valle d’Aosta.
L’artista si avvaleva di una tecnica largamente diffusa dall’Impressionismo con il colore carico e mosso e la pennellata larga e modellante. Egli sperimentò l’uso di un intenso impasto materico per ottenere l’effetto di scintillanti cromie, tramite la sovrapposizione di ampie campiture che si sviluppavano gradatamente in concentrati piccoli tocchi di pungente luminosità. Secondo Giorgio Nicodemi nelle opere di Lupo: «la natura si dischiude con palpiti coloristici, pieni di poesia vera, di commozioni intime».
Ernesto Quadrone, sulla Gazzetta del Popolo di Torino, ne sottolineava invece l’«atmosfera dai toni caldi, indovinati e non manierosi». 
Lupo si associò al Circolo degli Artisti e alla Società Amici dell’Arte, che nel 1913 lo aveva chiamato a far parte del Consiglio Direttivo assieme a Leonardo Bistolfi, Cesare Ferro e Alberto Cibrario.

I dipinti dei primi anni dieci del Novecento, risentivano eccessivamente degli insegnamenti del suo unico maestro, e la critica del tempo gli rimproverava questa dipendenza nel caso de’ Il monte dei cappuccini, Aratura e Il ruscello del 1914.
Il dipinto Il ruscello riproducente il rio di Castiglione (TO) era caratterizzato da «verdi ombrosi», «luci filtranti» e «poesia raccolta»; l’opera fu esposta all’annuale rassegna della Promotrice di Torino e fu acquistato dal museo civico di Asti. Il quadro era inserito nella tradizione della pittura piemontese, influenzata dai francesi T. Rousseau, Daubigny e Diaz, ma soprattutto da Cavalleri e Delleani.
Dal 1908 Lupo si affermava all’attenzione del pubblico e della critica che gli rimprovera, tuttavia, un’eccessiva dipendenza dai modelli del suo maestro.
Alla sua prima produzione di paesaggi condotti en plein air, succedeva una maggiore diversificazione dei soggetti fino alla sua specializzazione come animalista e autore di scene di mercato a partire dagli anni Venti.
Nel 1928 la commissione della Biennale di Venezia rifiutò una sua opera poiché i movimenti artistici tendevano ad escludere dalle esposizioni nazionali coloro che rappresentavano un’arte di derivazione ottocentesca, considerata ormai superata, nonostante le proteste del neo-impressionista fondatore della Scuola di Pont-Aven e critico d’arte Emile Bernard, il quale definì Lupo “un pittore con la poesia dell’arcobaleno”. In quell’occasione il dolore di Lupo fu forte, tanto che ne conservò il ricordo anche in età avanzata; eppure la piacevolezza dei soggetti trattati e il suo gusto, che si attestava sui canoni ottocenteschi, gli procurò un successo mercantile di lungo corso.
D’altra parte il suo pensiero sull’Arte si riassume così: «L’Arte non è che sofferenza, e un’artista non è tale che soffrendo».
Nei suoi ultimi anni, sempre assistito dalla figlia maggiore Valeria, si spense nella sua casa studio di Valpiana, a Torino, nel 1953.

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