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SAN GIORGIO E IL DRAGO. ASTI E MILANO A CONFRONTO NELLE DUE VERSIONI DI CAMILLO PROCACCINI

CAMILLO PROCACCINI

L’opera “San Giorgio e il drago” ora a Palazzo Mazzetti è stata attribuita al pittore Camillo Procaccini, nato nel 1561 e proveniente da una famiglia di consolidata tradizione artistica.
Formatosi nella bottega paterna, già nel 1571, a soli dieci anni, Camillo risulta iscritto all’Arte dei bombasari e dei pittori di Bologna.
Tra i suoi modelli: Raffaello, Michelangelo e Pellegrino Tibaldi, Correggio, Barocci, Cesi, Federico Zuccari.
Il pittore parmense, grazie al cardinale Gabriele Paleotti, lavorò agli affreschi per la Cattedrale di Bologna, oggi perduti, aderendo ai dettami del Concilio di Trento.
Dal 1586 si trasferì stabilmente a Milano lavorando per il conte Pirro Visconti Borromeo, fu responsabile del ciclo decorativo della navata e dell’abside del Duomo di Piacenza e partecipò ai lavori del Sacro Monte di Orta.
L’artista riscuote successo anche presso la corte dei Savoia, infatti nel 1619 gli furono saldate alcune opere destinate agli appartamenti di Cristina di Francia nel palazzo di S. Giovanni a Torino, eseguite in collaborazione con il fratello Giulio Cesare.

UN LINGUAGGIO NARRATIVO LIBERO

Procaccini non è soltanto un pittore di pale devozionali rigidamente accademiche; a Milano infatti si affermò come interprete della poetica di Correggio, opponendo al manierismo tardo e ridondante un linguaggio narrativo libero, efficace e privo di enfasi.
Il successo di questo approccio gli garantì la fiducia della committenza sacra e profana e un ruolo centrale nella nascita della nuova stagione artistica del Seicento lombardo. La fortuna delle sue invenzioni portò infine alla produzione di numerose repliche e varianti, realizzate quasi su scala industriale.

Dalla fine del Cinquecento si avvertono però un progressivo venir meno della tensione creativa dell’artista e un mutamento decisivo nel suo linguaggio figurativo che, divenuto più pausato e severo, avrebbe reso Camillo uno degli interpreti più efficaci dei canoni controriformati caldeggiati da Federico Borromeo.
Questa formula di successo, alla quale il maestro dall’aria severa si sarebbe mantenuto fedele nel corso della sua carriera successiva, gli consentì di fare fronte con la sua fiorente bottega alla crescente richiesta lombarda e settentrionale.

SAN GIORGIO NELLA LEGENDA AUREA

Il soggetto si afferma nel Medioevo grazie alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, raccolta agiografica del 1260-1298. L’iconografia di San Giorgio e il drago venne recuperata durante il periodo della Controriforma e considerata strumento di propaganda spirituale, per celebrare la vittoria della fede cristiana sul male.

La leggenda narra che in una città libica chiamata Silena vi fosse un grande stagno limaccioso con un drago che uccideva con il fiato tutti i suoi abitanti, i quali per placarlo, gli offrivano quotidianamente due pecore. Terminati gli animali gli venne sacrificato un giovane tirato a sorte finché arrivò anche il turno della figlia del re.
Il giovane Giorgio, saputo dell’imminente sacrificio, tranquillizzò la principessa, promettendole il suo intervento nel nome di Cristo per evitarle la brutale morte.
Quando il drago si avvicinò, il cavaliere salì a cavallo protetto dalla croce ed affrontò il drago con la lancia e lo gettò a terra. Su invito del giovane Giorgio la principessa avvolse la sua cintura al collo del drago, conducendolo verso la città. Ai cittadini promise di uccidere il drago in cambio della loro conversione.
Questa leggenda era sorta al tempo delle Crociate e, probabilmente, fu influenzata da una falsa interpretazione di un’immagine dell’imperatore Costantino, in cui il sovrano schiacciava col piede un enorme drago.

San Giorgio tuttavia non è l’unico personaggio che uccide un drago: si ricordano anche San Demetrio, San Teodoro e San Michele.

IL DRAGO NELLE DIVERSE CULTURE

I draghi sono citati in moltissime culture: dalla Cina alle Americhe, dall’Africa all’Europa. Fu solo con il diffondersi del Cristianesimo che la loro immagine divenne negativa e per tutti furono visti come la rappresentazione di Satana.
Molte raffigurazioni mostrano i draghi che uccidono le persone con il fiato tossico, raffigurato dalle fiamme, anziché con la forza bruta. La simbologia del gesto sta a indicare che Satana utilizza la parola per catturare la sua “preda”. Nelle opere il drago viene sempre sconfitto, anche perché se risultasse vincitore non lascerebbe testimoni.

LA VARIANTE ESPOSTA A PALAZZO MAZZETTI

Caratterizzata da una libertà narrativa e da una selezione cromatica luminosa rientra nella fase giovanile dell’attività dell’artista emiliano. Stilisticamente rispecchia i canoni del Manierismo maturo, anche se la scena è caratterizzata da uno spiccato dinamismo, dal momento che il santo a cavallo è raffigurato in uno slancio, sottolineato dal movimento del mantello rosso. Il drago è già stato colpito dalla lancia che gli fuoriesce dalla bocca ed è raffigurato con grande espressività e raffinatezza esecutiva.
Sullo sfondo la fanciulla orante e spaventata, dal sapore fiabesco e apparentemente cavalleresco, incarna la purezza della Chiesa e rappresenta la morale della scena ed il concetto di redenzione.

IL CONFRONTO CON L’OPERA ALLA BIBLIOTECA AMBROSIANA

Tra i confronti più significativi si ricorda la grande tela conservata nella chiesa di San Sepolcro a Milano, parte del complesso della Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana. Un bel dipinto di cm 185 x 265 che si trova nella navata sinistra della chiesa, in una posizione abbastanza nascosta.
La grande tela, con ogni probabilità, proveniva dalla Chiesa di Santa Maria della Rosa, che occupava il lato sinistro dell’odierno palazzo dell’Ambrosiana e parte della piazza che venne demolita per le condizioni pessime in cui versava dopo le soppressioni Giuseppine nel 1829, e per consentire l’ampliamento della Biblioteca e della Pinacoteca Ambrosiana.

La figura del drago è un miscuglio di animali: corpo da mammifero, collo serpentiforme, testa di cane, ali a membrana, una coda da serpente e grandi mammelle. San Giorgio dell’Ambrosiana è piegato verso il basso ed ha lo sguardo rivolto verso il drago, mentre il braccio destro è teso all’indietro nell’atto di sferrare il colpo di spada contro la creatura.
Il cavallo sembra invece impassibile e fissa l’osservatore, consapevole dell’esito dello scontro.
Il drago è rivolto verso il cavaliere in uno scontro diretto alla pari e volge le spalle all’osservatore.
La principessa spicca sullo sfondo in atteggiamento formale di preghiera.
Più nitido e descrittivo appare lo sfondo che predilige i contrasti forti. Il colore rosso è presente nel mantello del santo, nelle bardature del cavallo, nella veste della principessa e nel corpo del drago.

San Giorgio di Palazzo Mazzetti è più fiero nella sua posizione eretta che incarna l’atteggiamento sicuro di chi è eletto dal Signore, quasi come se avesse già sconfitto il drago. Al contrario il cavallo ha uno sguardo, caratterizzato quasi da umana pietà, volto verso il basso.
Il drago viene raffigurato con le fauci rivolte all’osservatore, quasi in un atto vano ed estremo di fuga.
La principessa si mimetizza quasi nello sfondo ed è in un atteggiamento accorato di preghiera, con le braccia raccolte al petto, consapevole dello scampato pericolo.
Più drammatico e dinamico lo sfondo dell’opera a Palazzo Mazzetti grazie anche al sapiente uso della luce che concentra l’attenzione sul movimento del cavallo, il quale funge da raccordo terreno tra la figura del santo e quella del drago. Il colore rosso è esclusivamente utilizzato per il mantello del santo, mentre c’è un gioco di sfumature e armonizzazioni maggiore per quel che riguarda il resto della composizione.

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