Michelangelo pittatore e i suoi allievi
Arti e mestieri spodestano l'aristocrazia.

La tradizione ritrattistica ha sempre avuto come baricentro la celebrazione di famiglie importanti o di papi.

Michelangelo Pittatore e i suoi allievi raccontano la Asti medio/piccolo-borghese, dal bancario al pizzicagnolo.

GLI INIZI

Abbandonata con rammarico la carriera artistica di pittore, Sebastiano Pittatore si era specializzato in un’arte assai più remunerativa: quella di corniciaio, stipettaio, decoratore, in una piccola bottega del Borgo San Pietro ad Asti. Intuendo le doti di Michelangelo, nel 1836 inviò il figlio, allora undicenne, presso il pittore Agostino Cottolengo, fratello del più famoso Benedetto. Questa la lettera di presentazione:

«…le mando il figlio secondo la nostra intelligenza; quando avrà provato il suddetto e riconosciuto abilità o no favorisca riscontrarmi […] Riguardo poi all’insegnamento mia sarà la cura di esserle grato. Mi raccomando in tutto al magnanimo di lei cuore, facendole presente di tenere il figlio sempre occupato …»

Dopo un lungo soggiorno romano, durante il quale Michelangelo Pittatore affina le sue doti, tornerà ad Asti nel 1855, in pianta più o meno stabile.

Negli anni della sua permanenza romana, infatti, Pittatore verrà influenzato dalla vivacità della capitale, creando un gruppo di opere definite “di genere”, solo in apparenza minimaliste, ma in realtà frutto di indagini sulla cronaca e le piccole cose domestiche, che rivelano tutte le inquietudini e le aspirazioni dell’ascesa sociale della nuova classe borghese.

Tornato ad Asti diventerà protagonista della committenza locale dipingendo una considerevole serie di ritratti. Inoltre lavorerà anche ad opere di soggetto religioso per le chiese del circondario dell’astigiano.

UNO STILE “LIBERO”

Osservando i quadri di Michelangelo Pittatore, si rimane catturati dalla morbidezza della pennellata, una tecnica con cui ha realizzato una ricca galleria della nuova borghesia piemontese che si avviava a realizzare l’Unità d’Italia.

Rifiutando il misticismo barocco, o l’ardimentoso “vedutismo” della sua tarda evoluzione nel rococò, Pittatore si è inserito nelle correnti artistiche proponendo una ritrattistica solo in apparenza canonica, bensì in totale controtendenza con lo spirito del tempo.

Se nella tradizione della ritrattistica troviamo nobili e figure di spicco del clero, nelle opere di Pittatore e dei suoi allievi (ad esempio Giulio Musso, Anacleto Laretto, Paolo Arri) si osserva l’esatto contrario: una testimonianza dei volti di una classe sociale in ascesa e insieme frammentaria, sofferta, umana.

Nella loro solo apparente semplicità, tradiscono una profonda e struggente fragilità, rappresentazione di un documento della borghesia astigiana nell’epoca post unitaria.

L’insieme di questi ritratti ci restituisce, come un mosaico, una visione d’insieme della storia della città e, nel contempo, si realizza anche il tipico raccontare italiano, senza pudori e senza le imbalsamazioni dell’ortodossia. Una tragicommedia tagliente, drammatica, a tratti “sbruffona” ma, anche per questo, libera.

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