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MINIATURE PER LE COMPOSTE DI CASA

Il Museo Civico di Palazzo Mazzetti conserva quattro nature morte del miniatore Octavianus Monfort, sul quale si possiedono a tutt’oggi ancora notizie frammentarie. Il nome del pittore compariva la prima volta nel 1935 per una natura morta di una collezione parigina, firmata, ed esposta nella mostra dedicata alle nature morte allestita presso la Galleria Stein di Parigi.

Un nucleo autografo più importante è quello già presso il Castello di Settime d’Asti che portava alla ribalta Monfort nel 1937 e nel 1963, in occasione delle grandi mostre torinesi del Barocco. La probabile origine piemontese (o astigiana) del miniatore si deve ad Andreina Griseri che nel 1963 riconosceva l’autore delle pergamene di Settime come pittore di ambiente francese, ma in rapporto con la miniatrice medicea Giovanna Garzoni, giunta a Torino su richiesta di Cristina di Francia e attiva per la corte di Vittorio Amedeo I dal 1632 al 1637.

I legami con le raccolta di vélins di Gastone d’Orléans, soprattutto con il francese Nicolas Robert attivo fino al 1685 e con i trattati e i repertori di miniatori amatori quali Claude Boutet (1674) e la nobile dilettante Catherine Perrot (1686), venivano invece indicati nella monografia di Marco Rosci e Paride Chiapatti (1985), il primo studio critico su Monfort dove si affrontava la ricostruzione cronologica del suo catalogo che comprendeva l’analisi puntuale delle varianti dei frutti e dei fiori adottate da Monfort, con numerose opere datate tra il nono e dell’ultimo decennio del Seicento.

Nonostante Monfort si muovesse su una linea che a Parigi aveva visto le nature morte di Louise Moillon (Parigi 1610-1696), le sue pergamene hanno un aspetto più vivo e rustico, da cui restano esclusi simboli allusivi al tema della caducità della vita.

Dietro alla figura di questo autore, si cela forse un discreto conoscitore di botanica e di erboristeria, distributore di ricette, ma anche esperto di etichettature, come suggeriscono due cartigli di tipo domestico con la data della pergamena (1685, 1689), analoghi a quelli che si confezionavano per i vini nei castelli piemontesi.

Nelle rigogliose composizioni, nelle alzate in metallo sbalzato, nei catini di ceramica bianca e blu dipinti da Monfort si vede lo stretto legame con la cucina e le dispense, dove si conservavano le provviste per i mesi invernali. Le nature morte erano quelle di una cucina povera, che si basava su prodotti appena raccolti. Le pergamene sono realizzate con un “pontillisme” attento alla resa dei dettagli e il raccolto intimismo con cui frutti e ortaggi vengono offerti allo spettatore, collocano queste opere in un’atmosfera più rustica, consona con le dimore della campagna piemontese.

Per una la ricostruzione biografica e sull’ attività di Monfort, sono state importanti le risultanze archivistiche frutto di successive ricerche condotte nel 1990. L’ipotetica data della nascita dell’artista nel terzo decennio del Seicento si fonda sull’importante documento della duchessa di Savoia Cristina di Francia del 24 marzo 1646, ossia la Patente di favore per “il vassallo Ottaviano Monfort” il quale “fatto studio nella miniatura e fatto profitto non mediocre in quella” è beneficiario di una pensione di “livre mille duecento d’argento”. A quella data dunque il pittore risulta già attivo e la Patente, oltre ad attestare l’apprezzamento di Monfort presso la corte torinese, accresce di decenni la sua attività.

L’alto livello qualitativo e la resa esecutiva collocano delle quattro tempere di Asti agli inizi della carriera, a ridosso del 1646. Oltre al fondo bianco, riscontrabile in pochi casi tra cui le due tempere conservate preso la Basilica di Superga attestanti, tra l’altro, l’attività di Monfort per i duchi di Savoia, si osservano una maggiore vivacità nella stesura cromatica, l’accentuazione del segno grafico, l’attenzione al dato naturalistico per una definizione maggiore dei frutti e dei fiori.

Esse sono inoltre avvicinabili alle fonti figurative lombarde e fiamminghe di primo ‘600, oltre che alle pergamene di Giovanna Garzoni anche per l’utilizzo dei fondi bianchi e chiari. Un altro richiamo ai modelli della pittrice è individuabile nella presenza del gambero di fiume, che compare nelle miniature della Garzoni descritte nell’inventario del Castello del Valentino.

Frutti e ortaggi sono accompagnati da pochi fiori rispetto alle miniature successive: un garofano, peonie e convolvoli.

La provenienza dei dipinti dalla dimora dei Mussi Isnardi, aggiunge altri dati preziosi circa la committenza del Monfort e la destinazione delle sue opere nelle abitazioni signorili della provincia.

I dipinti pervenivano al Museo Civico di Asti nel 1989 attraverso la donazione di Maria Teresa Bona, nipote dell’avvocato Carlo Mussi Isnardi (1860-1954). L’atto portava a compimento il consistente lascito testamentario a favore del Comune di Asti da parte di quest’ultimo, magistrato e consigliere di cassazione, nonché ultimo tra gli esponenti di una delle più illustri famiglie astigiane. La scheda testamentaria olografa del 1954 aiuta a comprendere le vicende collezionistiche più remote, soprattutto per il nucleo di dipinti già conservati presso la villa “La Quaglina” ubicata a San Marzanotto, edificio che per desiderio dell’avvocato diventava di proprietà degli Oblati di San Giuseppe, ma che sappiamo abitata nel Settecento dal Lodovico Cagna canonico della Collegiata di San Secondo che in quella dimora famigliare era stato promotore della costruzione della cappella dedicata a San Luigi.

La donazione comprendeva il ritratto in miniatura del regio notaio Francesco Benedetto Mussi, esponente di spicco del ceto decurionale della città settecentesca e bisnonno di Carlo Mussi Isnardi. Il personaggio è identificabile quale committente della pala d’altare con La Madonna con Bambino e san Benedetto dipinta a Roma nel 1764 dal siciliano Michele Vecchio e destinata alla chiesa non più esistente di Sant’Anastasio. La tela, oggi conservata all’Archivio Storico di Palazzo Mazzola, è da annoverare fra le rare committenze non aristocratiche coinvolte nei rinnovamenti barocchi degli edifici religiosi astigiano avvenuti durante la seconda metà del Settecento (Rocco, in La città di Asti in Piemonte, 2017, pp. 126-127). Le importanti parentele di questa famiglia con figure di spicco del clero astigiano, tra cui Urbano Isnardi fondatore dell’omonima Opera Pia, è un altro aspetto che aiuta a definire meglio il carattere della ricca donazione. Solo nel caso della pergamena con la Sindone entro ghirlanda di fiori” (n. Inv. 70) il testamento ne ricorda le antiche proprietà dei canonici Bernardo Quaglino (1666), Claudio Cagna (1732) e Secondo Mussi, vicario capitolare d’Asti e zio del legatario (Rocco in Nella città d’Asti, 2017, p. 126). Tuttavia non è da escludere che al collezionismo dei religiosi astigiani siano appartenuti anche il Ritratto di ecclesiastico del celebre miniaturista abate Felice Ramelli, ma soprattutto le nature morte di Monfort, certamente accompagnate dalle pergamene seicentesche con uccelli e fiori eseguite da un anonimo pittore piemontese sulla scorta di modelli di Carlo Battaglia detto il Paiola (Torino, notizie 1620-prima del 1664) e di Carlo Conti.

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