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LA QUESTIONE DI GENERE E IL CASO DELLA SCULTRICE DEL MONFERRATO CLAUDIA FORMICA

La «giovane signorina del Monferrato» unica degli scultori (oltre a Leonardo Bistolfi) tra gli artisti partecipanti alla prima esposizione sindacale torinese nel 1929 era bella, alta ed elegante, ma svolgeva un «mestiere faticoso, duro, di sacrificio».


Dotata di solidità, rigore, equilibrio e metodo, derivanti forse dalla sua nascita in un “centro viticolo-rurale” e dalla formazione non elitaria, Claudia Formica era ostinata, ma anche libera dalle tendenze del momento come l’astrattismo.


L’artista, nata a Nizza (all’epoca in provincia di Alessandria) nel 1903, produceva «un’arte delicata, serenamente mesta, ma senza angoscia, senza complicazioni di complessi sessuali e freudiani, senza crudeltà e senza cupe disperazioni» come affermava Zanzi, critico d’arte della “Gazzetta del Popolo” e di «Emporium».


Formatasi a Torino all’Accademia Albertina, attraverso le lezioni di Edoardo Rubino e dall’eclettico scultore Musso, la scultrice iniziò giovanissima a lavorare alternando l’esercizio della ceramica per la manifattura Lenci di Torino alla grande statuaria da piazza. Passa, poi, a Firenze, dove è allieva del Calori e di Libero Andreotti; da quest’ultimo trae «il gusto per una scultura di taglio essenzialmente moderno, ma nutrita nel profondo da un elegante classicismo»


Claudia si manteneva col proprio lavoro, all’epoca considerato “roba da uomini”, partecipando dal 1929 al 1942 a 14 esposizioni regionali del sindacato fascista delle Belle Arti ed ottenendo notorietà, oltre alla possibilità di partecipare alle quadriennali di Roma e alle Biennali di Venezia. D’altra parte il sistema culturale dell’epoca prometteva aiuto e sostegno agli artisti di ogni classe sociale e di ogni provenienza geografica.


La Formica prediligeva i soggetti religiosi, la ritrattistica e le figure femminili e di bambini; alcuni dei suoi lavori più importanti si possono trovare proprio a Nizza sotto il loggiato del palazzo comunale, presso la Chiesa di San Siro (che custodisce una sua statua di Sant’Antonio), nonché nel monumento ai Caduti sulla piazza di Incisa Scapaccino.


Il Portinaretto, acquistato invece dallo Stato alla III Mostra Sindacale d’Arte di Asti del 1941, venne immediatamente dato in deposito ed ora si trova alla pinacoteca civica di Palazzo Mazzetti. L’opera in terracotta è <<una delle più vive e vigorose interpretazioni plastiche di un adolescente sbarazzino e protervo>> (Emporium). Il modello è identificabile dal 2011 con Giuseppe Balocco, figlio del portiere dello stabile torinese in cui era ubicato lo studio della scultrice.


Nel 1939, all’età di 35 anni, Claudia Formica venne menzionata tra gli scultori che avevano contribuito a far di Torino la «più monumentata città d’Italia». La sua casa-laboratorio di via Marco Polo a Torino, stracolma di «gessi, bronzi, terrecotte» era «rallegrata da vasi di geranio e da un grande limone carico di frutti» come emerse da un’intervista del 1981.


L’artista nicese, ormai settantottenne, aveva un fisico «imponente nel suo camice da lavoro, il bel volto illuminato da due giovanissimi occhi azzurri». A caratterizzare la scultrice nel privato era passione per «la buona tavola e la buona […] cantina», il “vizio” del fumo, il carattere solare, modesto, ironico.


Il noto ceramista bolognese Aurelio Minghetti incluse poi la “torinese” Formica nell’Enciclopedia Biografica e Bibliografica (vol XLI) alla sezione dedicata ai Ceramisti; si tratta di un’inclusione di grande rilievo.


Il suo nome, relegato purtroppo entro gli angusti confini regionali, è un poco più diffusamente apprezzato e largamente divulgato grazie alla presenza dell’artista nel catalogo della Lenci: ma ben altra considerazione meriterebbe il talento nobile di questa artista del Ventennio.


Gente Nostra, rassegna di artisti attivi in Piemonte, fornisce invece un’antologia regionale con quotazioni medie dove gli artisti vengono raggruppati per tecnica e per valutazione commerciale, criterio discutibile e «adottato al di fuori di ogni considerazione di merito».


Il corpus scultoreo di opere della Formica, certamente identificate e datate grazie anche all’incrocio con i dati tratti dai due principali quotidiani torinesi dell’epoca (“La Stampa” e la “Gazzetta del Popolo”, i cui critici d’arte principali erano Marziano Bernardi ed Emilio Zanzi), testate giornalistiche alessandrine e
astigiane (come “Il Piccolo” e “Il Corriere di Alessandria”, “La Gazzetta d’Asti”, “La Provincia di Asti”, “L’Ancora” o “Il Giornale d’Acqui”), ma anche riviste specializzate come “Torino”, “Alexandria”, “Emporium” e “L’Illustrazione Italiana”.


Quando il 1° Aprile 1935 con Regio Decreto venne istituita la provincia di Asti, che sottrasse Nizza Monferrato, alla sfera alessandrina, per una mera questione amministrativa la carriera di Claudia Formica smise all’improvviso di aver attenzione senza trovare in ambito astigiano un’esperienza editoriale paragonabile per approfondimento. Il suo nome venne relegato a «smilzi volumetti di aspetto modesto e di scarso pregio editoriale, direi quasi di sapore autarchico […] con un apparato di illustrazioni assai ridotto, forse per ragioni di costo, rispetto al gran numero delle opere presentate».


All’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, a Nizza Nizza è stata abbattuta Villa Claudia nel quadro di una speculazione edilizia che ha visto nascere al suo posto un centro commerciale; la villa fu soggetta a alla predazione di opere e documenti appartenuti alla famiglia Formica, ora dispersi tra collezionismo privato.


Concludendo Claudia Formica fu una figura forte e volitiva, in anticipo sui tempi, che si affacciò su un ambiente prettamente maschile negli anni del regime, perciò alla questione di genere sono state dedicate lezioni nelle scuole di Asti e Alessandria, nell’ambito del progetto Raccontare il tempo e la cultura degli «anni rimossi». L’amministrazione comunale di Nizza Monferrato le ha invece dedicato una gipsoteca con l’obiettivo proprio di restituire un pezzo di storia raccontando vita e opere di una scultrice di rilievo internazionale, una delle poche che in quella prima metà del Novecento riuscì a mantenersi col proprio lavoro di artista.

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