Nei sotterranei del Teatro
Un viaggio nel museo di Eugenio Guglielminetti, dove si rincorrono scenografia e astrattismo.

Asti, città natale di Vittorio Alfieri, ha un legame con il teatro che potremmo definire genetico.

 Un nome che testimonia questa simbiosi è quello di Eugenio Guglielminetti, uno dei più importanti scenografi italiani del Novecento.

La sua attività coincide con la storia della Repubblica stessa, tra centinaia di scenografie progettate per i maggiori teatri italiani e mondiali (le sue collaborazioni si estendono fino agli USA e all’Argentina) dal ’46 fino al 2006, anno della sua morte.  

 Tra i musei di Asti c’è un curioso percorso sotterraneo, in cui sono conservati i modelli delle sue scenografie più importanti.

Un viaggio singolare, perché ci consente di guardare i palchi in miniatura, angolazione privilegiata per capire quale sia il pensiero progettuale dietro la realizzazione scenografica.

Dall’archetipo alla realtà, e ritorno

Dal palco tragico greco, iconico e minimalista, l’allestimento dello spazio scenico nella storia ha acquisito sempre più importanza finché, dal Rinascimento, scenografia e arte sono andate praticamente di pari passo, in un’evoluzione progressiva di perizia figurativa e tecnologia, nella costante ricerca di rappresentazione della realtà.

Come nell’arte pittorica, il Novecento è stato un punto di svolta: una ricerca formale più audace e un progressivo abbandono del realismo hanno portato anche la scenografia alla sperimentazione e all’astrattismo.

Quasi una riconciliazione con lo spirito originale del teatro tragico greco, il cui obiettivo non era portare sul palco la realtà, ma toccare il pubblico nell’inconscio attraverso gli archetipi del mito.

I modelli e le sculture

Nel museo sotterraneo di Eugenio Guglielminetti si respira tutta la sperimentazione dell’arte contemporanea, applicata alla tecnica (e alla tecnologia) scenografica.

Il maestro spazia tra gli stili, attingendo alla temperatura emotiva delle opere che andranno in scena su quei palchi.

Per il genio inquieto di Alfieri lo spazio si deframmenta tra colori vividi, come in un quadro di Kandinsky; ambienti distopici ispirati alla metafisica di De Chirico accolgono la commedia cinquecentesca di Giordano Bruno; L’Avaro di Molière è puro cubismo.

Le forme suggeriscono allo spettatore emozioni complementari alla razionalità del testo e della recitazione, aiutandolo ad accedere a quella dimensione emotiva e inconscia che è l’essenza stessa dell’esperienza teatrale contemporanea.

Non a caso, a fianco dei tanti modelli di palcoscenico (molti più di quanti accennati in questo articolo), si stagliano le cosiddette opere “materiche”: sculture astratte in cui l’artista sperimenta la suggestione che la pura forma suscita inconsciamente in chi osserva: contorsioni, iperboli verticali, ma anche rigore e solidità strutturale. Modelli, da cui trarre ispirazione per la continua ricerca formale scenografica.

Dopo averlo osservato, capirete che il museo Guglielminetti non è propriamente un museo, ma una suggestiva stanza degli archetipi: ha il fascino voyeuristico dell’intrusione nello studio del genio, in cui la grande magia del teatro nasce dal semplice gesto di una mano.

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